In Italia nel 2025 esplode la voglia di autoconsumo collettivo e condivisione energetica. Le comunità rinnovabili e i prosumer aumentano a ritmi vertiginosi, riducendo bollette e emissioni: un segnale di resilienza e autonomia dal basso, se accompagnato da regole chiare e burocrazia snella
Negli ultimi mesi il fenomeno delle comunità energetiche rinnovabili (CER) e delle configurazioni di autoconsumo collettivo ha conosciuto una vera impennata in Italia. Secondo l’ultimo rapporto 2025 dell’Energy&Strategy Group del Politecnico di Milano, le “configurazioni” attive sono passate da 46 nel 2024 a 876 nel 2025 — ben 19 volte in più nel giro di un anno. Di queste, 421 sono classificate come vere e proprie CER.
Non si tratta di numeri piccoli: anche se molte iniziative sono modeste (configurazioni medie con circa 4 utenze e una potenza intorno a 19 kW) , la crescita testimonia una domanda concreta di partecipazione diretta alla transizione energetica.
Alcune proiezioni stimano che entro il 2025 si potrebbero raggiungere decine di migliaia di comunità sul territorio nazionale, coinvolgendo un milione o più di famiglie, imprese e uffici.
Cosa leggerai nell'articolo:
Perché comunità energetiche e prosumer sono centrali nel cambiamento
Il fenomeno dei prosumer — cioè chi produce e consuma energia — e delle comunità energetiche rappresenta un cambiamento strutturale: non più solo consumatori passivi, ma cittadini attivi nella produzione energetica.
Questo modello decentralizzato offre una duplice opportunità: innanzitutto la riduzione delle bollette per le famiglie e le imprese che partecipano; in secondo luogo una maggiore autonomia e resilienza delle reti elettriche locali, meno dipendenti da grandi fornitori o da combustibili fossili.
In un contesto come quello italiano, dove le fonti rinnovabili stanno acquisendo sempre maggior peso (a fine giugno 2025 la capacità installata da FER — Fonti Energetiche Rinnovabili — ha raggiunto circa 80 GW, pari al 56% della capacità complessiva elettrica) , le comunità energetiche possono aiutare a rendere più stabile e distribuita la produzione energetica.
Uno studio recente pubblicato nell’ottobre 2025 su una piattaforma preprint suggerisce inoltre che le comunità energetiche hanno il potenziale di abbassare i prezzi all’ingrosso dell’elettricità, grazie a una maggiore produzione distribuita e a un uso più efficiente dell’energia prodotta, alleggerendo anche il carico sulle reti di distribuzione.
In questo modo, il modello CER non è solo ecologico o di risparmio: diventa un tassello fondamentale per una transizione energetica partecipata, democratica, e resiliente.
I limiti attuali: bassa potenza, burocrazia e regole da affinare
La crescita è ancora “dal basso”: molte comunità sono minuscole e la potenza collettiva installata è modesta. Il rapporto 2025 evidenzia che le configurazioni attuali coprono complessivamente circa 83 MW — un valore molto al di sotto dei 5 GW totali incentivabili previsti dalle normative per l’autoconsumo e condivisione energetica.
Al di là della scala, un ostacolo non da poco è rappresentato dalla burocrazia e dalla complessità delle procedure amministrative. Il quadro normativo è migliorato negli ultimi anni, ma servirebbero semplificazioni per permettere a cittadini, condomini, piccole imprese ed enti locali di costituire comunità senza tempi eccessivi. Come osservato da alcuni esperti del settore, gli incentivi non bastano da soli: servono regole chiare e una semplificazione dell’iter progettuale.
Un altro limite è collegato alla capacità media degli impianti: molte comunità restano troppo piccole per generare un impatto significativo sulla produzione nazionale o per diventare realmente rilevanti nella stabilizzazione delle reti.
Perché il modello territoriale di comunità energetiche è una scelta strategica
Nonostante i limiti attuali, il percorso delle comunità energetiche rappresenta una “transizione dal basso” autentica: radicata nei territori, nelle comunità locali, nelle famiglie, nei condomìni, nelle piccole imprese. È una transizione che unisce giustizia sociale, risparmio economico e tutela ambientale.
In un Paese come l’Italia, con la sua diversità geografica e sociale, il modello CER offre l’opportunità di democratizzare l’accesso all’energia pulita, contrastare la dipendenza da combustibili fossili e rafforzare la resilienza delle reti locali, soprattutto in un momento di crisi energetica e di instabilità dei prezzi dell’energia.
Secondo stime prudenziali, inoltre, una crescita delle comunità energetiche su scala ampia potrebbe generare una capacità installata aggiuntiva — in caso di politiche favorevoli e semplificazioni normative — che si avvicini al milione di tonnellate di CO₂ evitata all’anno, grazie all’uso diffuso di fotovoltaico e altre fonti rinnovabili.
Serve un patto tra istituzioni, cittadini e territorio
I numeri del 2025 mostrano chiaramente che le comunità energetiche e i prosumer non sono un fenomeno marginale o “di nicchia”: stanno crescendo in modo esponenziale e con risultati concreti. Ma affinché questo movimento diventi un pilastro della transizione energetica italiana, serve un patto collettivo.
Da un lato, le istituzioni devono garantire semplificazione normativa e sostegno concreto; dall’altro, i cittadini e le comunità locali devono investire consapevolmente, convinti che l’autoproduzione e la condivisione di energia rappresentino non solo un risparmio economico, ma una vera e propria rivoluzione culturale ed energetica.
Le comunità energetiche e i prosumer possono essere la “forza dal basso” in grado di spingere l’Italia verso obiettivi climatici e sociali più ambiziosi, a patto di offrire loro regole chiare, trasparenza e strumenti concreti per crescere.

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