Falsi miti sui vulcani
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Vulcani, falsi miti da sfatare: cosa sappiamo davvero sulle eruzioni?

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Dalla “cintura di fuoco del Pacifico” ai supervulcani, dalle camere magmatiche alla previsione delle eruzioni: uno studio internazionale coordinato da vulcanologi e con la partecipazione dell’INGV mette ordine tra informazioni corrette, semplificazioni e vere e proprie bufale che possono accompagnare l’attività dei vulcani

I vulcani affascinano perché mostrano in superficie una parte della straordinaria dinamica interna della Terra. Un’eruzione può però trasformarsi rapidamente in una fonte di informazioni contraddittorie: immagini fuori contesto, previsioni non scientifiche, scenari catastrofici e termini utilizzati impropriamente possono circolare sui media e sui social molto più velocemente delle spiegazioni degli esperti.

A fare il punto è un nuovo studio internazionale pubblicato sul Journal of Applied Volcanology, intitolato Getting the story straight: Common misconceptions around volcanoes and eruptions with case studies of recent events. Il lavoro raccoglie 18 convinzioni errate o frequentemente fraintese, suddivise in sei grandi aree: sismologia, vulcani e clima, sistemi e strutture vulcaniche, pericolosità, tempi e periodicità dell’attività e immagini o video fuorvianti.

La ricerca nasce anche dall’esperienza diretta degli autori, che nel corso della loro attività hanno partecipato a numerose crisi vulcaniche e a centinaia di interazioni con pubblico e media. Tra loro c’è anche Boris Behncke, ricercatore dell’Osservatorio Etneo dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia.

Perché sui vulcani circolano così tante informazioni fuorvianti?

Il problema non riguarda soltanto la disinformazione intenzionale. Molte convinzioni errate nascono da semplificazioni, terminologia giornalistica, interpretazioni intuitive ma sbagliate di fenomeni complessi oppure dalla riproposizione di informazioni che nel tempo hanno assunto l’apparenza di fatti consolidati.

I vulcani sono particolarmente esposti a questo fenomeno perché un’eruzione offre immagini spettacolari e facilmente condivisibili. Lava incandescente, colonne eruttive, esplosioni e pennacchi possono essere utilizzati per accompagnare notizie molto diverse tra loro, anche quando fotografie e filmati non appartengono al vulcano di cui si sta parlando.

A questo si aggiunge la difficoltà di interpretare correttamente l’attività vulcanica. Un aumento della sismicità, una variazione nelle emissioni di gas o un cambiamento nell’attività di un cratere non significano automaticamente che sia imminente una grande eruzione.

La ricerca sottolinea quindi un principio fondamentale: un fenomeno reale non implica necessariamente lo scenario più estremo associato a quel fenomeno.

La “cintura di fuoco del Pacifico” è davvero un vulcano gigantesco?

La cosiddetta “cintura di fuoco del Pacifico”, o Ring of Fire, esiste realmente, ma il modo in cui viene descritta può generare equivoci.

Si tratta di una vasta regione caratterizzata da intensa attività sismica e vulcanica lungo i margini delle placche tettoniche che circondano il Pacifico. Non è però un unico sistema vulcanico e non rappresenta una sorta di gigantesca struttura pronta a “esplodere”.

La distribuzione dei vulcani sulla Terra è legata soprattutto alla tettonica delle placche. Molti vulcani si trovano lungo i margini delle placche, ma esistono anche vulcani che si sviluppano lontano da questi confini, come quelli associati agli hotspot.

Il nome “cintura di fuoco” è efficace dal punto di vista comunicativo, ma proprio per questo può alimentare una rappresentazione eccessivamente spettacolare di un fenomeno geologico molto più articolato.

Che cosa sono le “camere magmatiche”?

Anche l’espressione “camera magmatica” può essere fuorviante se viene immaginata come una grande cavità sotterranea piena di magma liquido, simile a un gigantesco serbatoio.

I sistemi vulcanici sono generalmente molto più complessi. Il magma può accumularsi, muoversi e modificarsi attraverso reti di fratture e zone di stoccaggio distribuite a diverse profondità. La quantità di magma realmente liquido può inoltre essere molto diversa da quella suggerita dalle rappresentazioni semplificate di una grande “camera”.

Per questo motivo, parlare di un vulcano come se avesse necessariamente un’unica enorme cisterna sotterranea non restituisce correttamente la complessità del sistema.

Un terremoto può provocare automaticamente un’eruzione?

Terremoti e vulcani sono entrambi legati alla dinamica interna della Terra, ma questo non significa che ogni terremoto possa provocare un’eruzione.

La relazione tra sismicità e attività vulcanica deve essere valutata caso per caso. Nei vulcani, infatti, i terremoti possono rappresentare uno dei segnali associati al movimento del magma e alla deformazione dell’edificio vulcanico. Tuttavia, un terremoto tettonico non equivale automaticamente a un’eruzione imminente.

Confondere correlazione, possibile influenza e rapporto di causa-effetto può quindi generare allarmi ingiustificati.

I vulcani stanno diventando più attivi?

Un’altra convinzione ricorrente è che il numero delle eruzioni stia aumentando e che ciò dimostri un’accelerazione dell’attività vulcanica globale.

Il problema è che la percezione dell’attività vulcanica è fortemente influenzata dalla capacità contemporanea di osservarla e raccontarla. Satelliti, reti di monitoraggio, smartphone, social network e media permettono di conoscere quasi immediatamente eventi che in passato sarebbero stati osservati con maggiore difficoltà.

Il fatto che oggi un’eruzione diventi una notizia globale in pochi minuti non significa quindi che la Terra stia necessariamente producendo più eruzioni.

I vulcani possono fermare o invertire il cambiamento climatico?

Le grandi eruzioni vulcaniche possono influenzare il clima, ma questo fenomeno viene spesso interpretato in modo eccessivamente semplicistico.

Alcune eruzioni possono immettere nella stratosfera grandi quantità di aerosol contenenti zolfo, capaci di riflettere parte della radiazione solare e produrre un temporaneo raffreddamento della superficie terrestre.

Questo non significa però che i vulcani possano “risolvere” il cambiamento climatico. L’effetto climatico di una grande eruzione è infatti temporaneo e non costituisce un meccanismo di compensazione delle emissioni antropiche di gas serra. Inoltre, le eruzioni vulcaniche possono avere effetti climatici differenti a seconda della loro intensità, composizione e quota raggiunta dai materiali emessi.

Il cambiamento climatico sta aumentando il numero delle eruzioni?

Anche il rapporto inverso, cioè l’idea che il cambiamento climatico stia provocando un aumento generalizzato delle eruzioni, richiede molta cautela.

Il sistema climatico e quello vulcanico interagiscono attraverso meccanismi complessi, ma non è corretto trasformare questa possibilità di interazione in una relazione semplice del tipo “più riscaldamento significa più eruzioni”.

Perché in Italia i terremoti sono frequenti?

Gli autori dello studio includono proprio questo tema tra le convinzioni che possono essere facilmente fraintese quando fenomeni scientifici differenti vengono collegati senza considerare le rispettive scale temporali e fisiche.

Cenere vulcanica e fumo sono la stessa cosa?

La cenere vulcanica non è semplicemente fumo. La cenere è costituita prevalentemente da particelle solide molto fini prodotte durante l’eruzione, spesso derivanti dalla frammentazione del magma e delle rocce. Un pennacchio vulcanico può contenere anche gas e vapore acqueo, ma la presenza di una colonna bianca non significa necessariamente che si stia osservando “fumo”.

La distinzione è importante anche per comprendere i rischi. La cenere può essere trasportata dal vento per grandi distanze, interferire con il traffico aereo, depositarsi su edifici e infrastrutture e avere conseguenze sulla salute.

La cenere vulcanica è pericolosa per la salute?

La risposta non è semplicemente sì o no: dipende dalla quantità, dalla composizione delle particelle e dall’esposizione. L’inalazione della cenere può irritare occhi e vie respiratorie e può aggravare alcune patologie respiratorie preesistenti. Le particelle più fini possono penetrare più profondamente nell’apparato respiratorio.

Questo non significa però che ogni caduta di cenere rappresenti automaticamente un pericolo grave per la popolazione. La valutazione deve considerare concentrazione, durata dell’esposizione, caratteristiche della cenere e condizioni individuali.

Anche in questo caso, l’informazione corretta deve evitare sia il minimizzare il rischio sia il trasformarlo automaticamente in uno scenario drammatico.

La cenere può contaminare l’acqua?

Sì, ma anche in questo caso il fenomeno è più complesso di quanto suggerisca una semplice contrapposizione tra “acqua sicura” e “acqua velenosa”.

La cenere può aumentare la torbidità dell’acqua e può modificarne alcune caratteristiche chimiche. L’effetto dipende dalla composizione della cenere, dalla quantità depositata, dal tipo di bacino e dalle caratteristiche dell’acqua interessata.

Per questo motivo, durante una caduta significativa di cenere, le autorità possono dover monitorare le risorse idriche e fornire indicazioni specifiche alla popolazione.

È possibile deviare una colata lavica?

Le immagini di barriere, canali e interventi per cercare di proteggere abitazioni e infrastrutture possono dare l’impressione che una colata lavica possa essere facilmente “guidata” nella direzione desiderata.

In realtà, intervenire sulle colate è estremamente complesso. La possibilità di modificarne il percorso dipende da caratteristiche come viscosità, volume, velocità, morfologia del territorio e momento dell’intervento.

La gestione del rischio vulcanico non può quindi essere ridotta all’idea di costruire semplicemente una barriera davanti alla lava.

Che differenza c’è tra una previsione e una previsione probabilistica di un’eruzione?

Uno dei punti più delicati riguarda la previsione delle eruzioni. La vulcanologia ha sviluppato strumenti di monitoraggio estremamente sofisticati. Sismicità, deformazioni del suolo, gas, temperatura e altri parametri possono fornire informazioni preziose sull’evoluzione di un sistema vulcanico.

Ma monitorare un vulcano non significa poter stabilire sempre con certezza il giorno e l’ora di un’eruzione. La previsione vulcanica consiste spesso nella valutazione dell’evoluzione dei segnali e della probabilità che determinati scenari si verifichino. Presentare questa attività come una sorta di “orologio dell’eruzione” può quindi creare aspettative irrealistiche.

Un vulcano “in ritardo” deve necessariamente eruttare?

Un’altra espressione comune è quella del vulcano “in ritardo”. Il ragionamento sembra intuitivo: se un vulcano ha eruttato ogni determinato numero di anni, dopo un intervallo superiore alla media dovrebbe essere vicino alla prossima eruzione.

Ma i vulcani non funzionano come orologi. Le loro dinamiche possono essere caratterizzate da intervalli molto variabili. La durata del periodo trascorso dall’ultima eruzione, da sola, non consente quindi di stabilire che una nuova eruzione sia imminente.

Che cosa sono i “supervulcani”?

Poche parole sono più capaci di evocare scenari apocalittici di “supervulcano”. Il termine è diventato molto popolare nel linguaggio pubblico, ma può suggerire un’immagine semplificata e spettacolarizzata dei grandi sistemi vulcanici. Anche la definizione di “supereruzione” riguarda specifiche caratteristiche e volumi eruttati e non significa che un vulcano possa improvvisamente trasformarsi in una sorta di bomba globale.

Il caso di Yellowstone è emblematico. Ogni variazione nei parametri monitorati può generare online titoli che evocano un’eruzione imminente e una possibile catastrofe planetaria. Lo studio ricorda invece che gli scenari estremi associati a Yellowstone rappresentano una possibilità estremamente improbabile rispetto agli altri scenari possibili.

Monitorare un vulcano, dunque, non significa aspettarsi continuamente il peggio.

Un collasso vulcanico può generare sempre un “megatsunami”?

Anche il termine “megatsunami” può contribuire a creare una rappresentazione eccessivamente cinematografica del rischio.

I collassi di porzioni di edifici vulcanici possono effettivamente generare tsunami in determinate condizioni. Ma il semplice verificarsi di un collasso non implica automaticamente la produzione di un’onda gigantesca capace di attraversare interi oceani.

La dimensione e la propagazione di uno tsunami dipendono da numerosi fattori fisici, tra cui volume e geometria del materiale coinvolto, velocità del collasso, profondità dell’acqua e caratteristiche della propagazione dell’onda.

Perché le immagini sbagliate sono un problema durante un’eruzione?

Una fotografia può sembrare una prova incontestabile, ma nel mondo digitale può essere completamente fuori contesto.
Lo studio cita casi in cui fotografie di un vulcano sono state utilizzate per raccontare l’attività di un altro. Tra gli esempi discussi compare anche lo Stromboli, la cui attività è stata accompagnata in alcuni casi da immagini dell’Anak Krakatau in Indonesia.

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Il problema diventa ancora più evidente con la diffusione di contenuti manipolati o generati attraverso l’Intelligenza Artificiale.

Durante le recenti attività vulcaniche, immagini autentiche possono quindi competere online con fotografie modificate, filmati riciclati da vecchie eruzioni e contenuti generati artificialmente.

Perché l’Intelligenza Artificiale può rendere più difficile riconoscere un’eruzione reale?

Le immagini generate dall’Intelligenza Artificiale possono essere estremamente convincenti. Quando rappresentano un fenomeno spettacolare come un’eruzione, possono essere condivise migliaia di volte prima che qualcuno verifichi la loro origine.

Il paradosso è che oggi disponiamo di strumenti scientifici capaci di documentare le eruzioni con una precisione senza precedenti, attraverso osservatori, satelliti, webcam, reti sismiche e immagini georeferenziate. Eppure la disponibilità di informazioni non garantisce automaticamente una migliore informazione.

Durante le eruzioni dell’Etna del luglio-agosto 2026, secondo quanto riportato dall’INGV, sono circolate sui social anche immagini attribuite erroneamente all’Anak Krakatau.

Il problema non è soltanto estetico: un’immagine falsa può alterare la percezione della gravità di un evento reale.

Che cosa insegna l’eruzione dell’Etna del 1669?

La storia dell’Etna offre un esempio particolarmente interessante di come un’informazione ripetuta nel tempo possa trasformarsi in una falsa certezza.

È ancora diffusa l’affermazione secondo cui l’eruzione del 1669 avrebbe provocato migliaia di vittime. Secondo il caso storico riportato nello studio, invece, non risultano vittime umane direttamente causate dall’eruzione: la lava avanzò lentamente, consentendo alla popolazione di allontanarsi.

L’esempio dimostra quanto sia importante distinguere la dimensione spettacolare di un’eruzione dal suo effettivo bilancio in termini di vittime.

Una colata può distruggere abitazioni, terreni e infrastrutture senza necessariamente provocare un numero elevato di vittime. Il rischio, infatti, dipende dall’interazione tra pericolosità naturale, esposizione e vulnerabilità.

Perché parlare correttamente di vulcani è una questione di sicurezza?

La comunicazione scientifica non è soltanto una questione culturale. Quando un vulcano entra in attività, le persone devono poter distinguere rapidamente tra un’informazione verificata e una voce non attendibile. Un’informazione falsa può generare panico, ma anche produrre l’effetto opposto: minimizzare un pericolo reale.

Per questo motivo la comunicazione del rischio è parte integrante della prevenzione. Il lavoro internazionale pubblicato sul Journal of Applied Volcanology nasce proprio con questo obiettivo: offrire a vulcanologi, giornalisti, decisori e cittadini strumenti per affrontare con maggiore consapevolezza le informazioni che circolano durante una crisi vulcanica.

Conoscere meglio i vulcani significa anche imparare a riconoscere le bufale

I vulcani non sono macchine imprevedibili che possono trasformarsi improvvisamente in una minaccia globale. Sono sistemi geologici complessi, studiati attraverso una rete sempre più sofisticata di strumenti e competenze.

Questo non significa che il rischio debba essere sottovalutato. Al contrario: comprendere davvero la pericolosità vulcanica permette di affrontarla con maggiore efficacia.

Ti invitiamo a scoprire altri contenuti scientifici

La ricerca internazionale mette quindi in evidenza un principio che va oltre la vulcanologia: la prevenzione passa anche dalla qualità delle informazioni.

In un’epoca in cui una voce può raggiungere milioni di persone in pochi minuti, conoscere la differenza tra una previsione scientifica e una profezia, tra una fotografia autentica e una generata dall’IA, tra una possibilità remota e uno scenario probabile può diventare una vera forma di protezione.

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