Mobilità sostenibile tra città e periferia: cosa servirebbe per accelerare in Italia
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Mobilità sostenibile tra città e periferia: cosa servirebbe per accelerare in Italia

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Un’analisi concreta su gap, ostacoli e potenzialità della mobilità verde: come ridurre il divario urbano-periferico e realizzare un vero cambiamento nella mobilità italiana

La mobilità sostenibile in Italia continua a essere caratterizzata da una forte disuguaglianza territoriale: mentre nelle grandi città già si osservano segnali di progresso, nelle periferie e nelle aree meno densamente popolate persiste un forte dominio dell’automobile privata.

L’ultimo Rapporto MobilitAria 2025, realizzato da Kyoto Club e CNR‑IIA, fotografa una situazione di stallo: analizzando i dati al 2024 su 14 città metropolitane italiane, emerge che la mobilità urbana è tornata pressoché ai livelli pre‑pandemia e che l’auto resta il mezzo protagonista degli spostamenti quotidiani.

Questo quadro è aggravato da dati allarmanti: il rapporto segnala che il tasso di motorizzazione nelle grandi città italiane è “dalle 2,5 alle 4 volte superiore a quanto sarebbe auspicabile per una mobilità sostenibile”. In altre parole, c’è un uso privatistico dello spazio pubblico che ostacola riforme strutturali e impedisce una vera transizione verso una mobilità più verde.

Al tempo stesso, la qualità dell’aria non migliora come sperato. Secondo i dati ISPRA, le emissioni di CO₂ legate al trasporto continuano ad aumentare. Il rapporto MobilitAria 2025 segnale inoltre che, sebbene nelle città metropolitane le concentrazioni di particolato fine (PM₂.₅) restino sotto la soglia normativa, sono comunque lontane dai valori raccomandati dall’Organizzazione Mondiale della Sanità.

Le barriere che frenano il salto verso la sostenibilità

Per comprendere cosa blocchi davvero la transizione verso una mobilità più ecologica tra città e periferia, bisogna guardare a diversi fattori. Innanzitutto, la distribuzione delle infrastrutture è fortemente sbilanciata: la copertura del trasporto pubblico non sempre raggiunge le aree più marginali.

La scarsa presenza di piste ciclabili nei quartieri periferici o rurali limita la diffusione della cosiddetta “mobilità dolce” — cioè gli spostamenti a piedi e in bicicletta — che pure potrebbe essere una leva potente per la riduzione delle emissioni.
A questo si aggiunge il tema delle disuguaglianze territoriali e sociali: nei Comuni più piccoli o più poveri, l’offerta di mezzi sostenibili è spesso più debole, mentre nelle grandi città con risorse migliori si sviluppano soluzioni più avanzate. Secondo alcuni osservatori, la ricchezza dei territori sembra correlare direttamente con il tasso di mobilità sostenibile, con chi vive nelle zone più ricche che ha un accesso maggiore a mezzi green.

In ultimo, la normativa e la pianificazione strategica non si dimostrano sempre all’altezza della sfida: benché esistano Piani Urbani di Mobilità Sostenibile (PUMS), la loro redazione è obbligatoria solo in città sopra i 100.000 abitanti.

Senza una pianificazione coerente a scala nazionale e locale, gli investimenti rischiano di restare concentrati territorialmente.

Le leve su cui agire per una mobilità più equa

Accelerare la mobilità sostenibile tra città e periferia in Italia richiede una strategia integrata e multidimensionale. Prima di tutto, occorre potenziare il trasporto pubblico locale, soprattutto nelle aree marginali, rendendolo più capillare ma anche più “verde”: il PNRR ha stanziato risorse per nuove metropolitane, tram, autobus elettrici o a idrogeno, così come per la riconversione della flotta di autobus e treni regionali.

Questo tipo di investimento serve a ridurre l’uso dell’auto e a contrastare l’inquinamento, ma va accompagnato da una politica di incentivazione dell’elettrico e delle infrastrutture di ricarica anche nelle periferie, dove oggi la rete è spesso insufficiente.

10 consigli per una mobilità sostenibile

Parallelamente, è fondamentale espandere la mobilità attiva attraverso ciclabili, aree pedonali e “zone 30” che rendano sicuri e vivibili i quartieri periferici. Solo agendo su questi fronti, si può stimolare il passaggio da auto a bici o a piedi per brevi tragitti quotidiani.

Promuovere sistemi di mobilità condivisa — car sharing, bike sharing, scooter elettrici — nelle aree meno centrali potrebbe inoltre favorire un uso più diffuso di mezzi sostenibili anche dove il trasporto pubblico è meno denso.
Un altro aspetto cruciale è la governance: serve una pianificazione strategica che contempli anche i Comuni più piccoli, garantendo che i PUMS siano predisposti anche su aree periferiche e che gli enti locali ricevano supporto tecnico e finanziario. In parallelo, è importante coinvolgere la Rete dei Comuni Sostenibili — associazione di enti locali che si impegna per gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile — per promuovere politiche coerenti su scala territoriale.

È infine essenziale mettere al centro la giustizia sociale ed economica nella transizione: politiche di mobilità green devono tener conto delle disuguaglianze di reddito e infrastrutturali. Incentivi per mezzi elettrici, sussidi per il trasporto pubblico e tariffe agevolate possono contribuire a rendere la mobilità sostenibile accessibile anche a chi vive in periferia o nei Comuni più poveri.

Verso un modello italiano davvero sostenibile

Per accelerare la mobilità sostenibile in Italia tra città e periferia serve una visione ambiziosa ma realistica. Una prospettiva che non guardi solo alle metropoli, ma includa le aree meno servite e più frammentate, e che sappia coniugare investimenti infrastrutturali, politiche di equità sociale e una pianificazione efficace. Il divario tra centro e periferia non è solo geografico, è anche politico ed economico.

Investire in trasporto pubblico verde, estendere reti ciclabili e condivise, rafforzare la governance locale e garantire che i benefici della mobilità sostenibile arrivino a tutti i cittadini significa non solo ridurre le emissioni, ma anche costruire comunità più inclusive e resilienti. Se l’Italia vuole centrare gli obiettivi europei di decarbonizzazione per il 2030 e guardare con fiducia al 2050, il tema della mobilità deve diventare una priorità nazionale strutturale, non una questione di nicchia.

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