Un viaggio limpido e potente tra ricordi, natura, identità e resilienza. Nel suo memoir, la regina dello sci italiano racconta l’infanzia tra le montagne come un patrimonio emotivo universale, capace di parlare a chiunque abbia bisogno di ritrovare la propria radice autentica
“Una ragazza di montagna. Storie di un’infanzia felice tra neve, prati e avventure” non è soltanto un libro di ricordi, ma un atto d’amore verso la montagna e verso quel modo di crescere che oggi sembra quasi scomparso. Deborah Compagnoni restituisce al lettore un mondo fatto di aria sottile, silenzi vivi, senso di comunità e libertà assoluta.
Il suo racconto non indulge nella nostalgia fine a se stessa, ma utilizza la memoria come strumento per comprendere cosa significhi davvero appartenere a un luogo e a una dimensione più grande di noi. La voce dell’autrice è diretta, pulita, essenziale, quasi scolpita come i paesaggi che descrive: una scrittura che riesce a trasmettere luce e concretezza, e che permette di percepire l’infanzia come uno spazio vivo, non idealizzato, ma profondamente radicato nella natura.
Cosa leggerai nell'articolo:
La montagna come maestra di vita
Il cuore narrativo del libro è l’educazione emotiva che la montagna sa offrire: una scuola non scritta che insegna la disciplina, la pazienza, il coraggio e la capacità di affrontare il limite. La Compagnoni parla della neve, dei boschi e dei pendii non come scenografie, ma come presenza attiva, quasi un personaggio che accompagna e modella il carattere.
Le giornate passate all’aperto, il rapporto quasi simbiotico con le stagioni e la natura, la consapevolezza del rischio e della bellezza: tutto converge in una formazione che sarà fondamentale anche nella sua futura carriera sportiva. L’autrice riesce a far comprendere quanto la montagna sappia educare al silenzio interiore e a un tipo di forza che non ha nulla di aggressivo, ma molto di resiliente e profondo.
La famiglia, la comunità e il senso di appartenenza
Le pagine dedicate alla famiglia e al paese d’origine sono tra le più delicate. Non c’è retorica: c’è un ritratto autentico di una comunità in cui ci si conosce per nome e in cui ogni gesto è parte di un equilibrio condiviso.
Gli animali della neve: la vita che popola i boschi d’inverno
Le righe riservate ai genitori, al loro modo di educare attraverso la fiducia e la libertà di esplorare, restituiscono quel clima di protezione senza soffocamento che rappresenta uno dei punti più luminosi del libro. L’autrice mostra come sia stata proprio la dimensione collettiva, fatta di relazioni semplici ma solide, a darle la sicurezza necessaria per affrontare sia lo sport ad altissimi livelli sia le difficoltà della vita adulta.
La scrittura come restituzione e testimonianza
“Una ragazza di montagna” è anche un esercizio di restituzione: Deborah Compagnoni scrive per rendere onore alle proprie origini, ma anche per lasciare una testimonianza alle nuove generazioni. La sua prosa non è mai autocelebrativa; è limpida, sincera, quasi timida, e proprio per questo potente.
Il libro riesce a parlare non solo a chi ama la montagna, ma a chiunque cerchi un racconto capace di rievocare un’infanzia non come fuga dalla realtà, ma come radice da cui trarre nutrimento. La dimensione autobiografica non si chiude su sé stessa: diventa universale, perché racconta di quella felicità semplice che molti hanno conosciuto e che oggi appare preziosa e fragile.
Un memoir che scalda, ispira e riconnette
La campionessa italiana ci consegna un libro che scorre come un sentiero di montagna: lineare in apparenza, ma ricco di aperture improvvise, panorami interiori, momenti di sospensione e di gratitudine. È una lettura che riconnette chi vive nell’ansia quotidiana con un tempo più umano, più lento, più vero. E soprattutto ricorda quanto sia fondamentale proteggere i luoghi che ci formano, perché in essi custodiamo parti profonde della nostra identità.
“Una ragazza di montagna” è un memoir che sa scaldare, ispirare, restituire un senso di autenticità necessario in un’epoca di rumori e distrazioni.

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