Recensione di Arbitri e galline di Danilo Mainardi
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Libri consigliati. Arbitri e galline di Danilo Mainardi: l’etologia come specchio dell’essere umano

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Nel saggio “Arbitri e galline”, Danilo Mainardi utilizza l’analogia come strumento scientifico e narrativo per mettere in relazione comportamenti animali, dinamiche sociali e cultura umana. Un libro ancora capace di interrogare il modo in cui Homo sapiens guarda agli altri animali e, attraverso di loro, comprende se stesso

Che cosa possono avere in comune una gallina e un arbitro? E un merluzzo con Venezia? A prima vista, nulla. È proprio da accostamenti apparentemente improbabili che Danilo Mainardi costruisce Arbitri e galline. Le sorprendenti analogie tra il mondo animale e il mondo umano, pubblicato da Mondadori nel 2003. Il volume, di 216 pagine, appartiene alla fase più divulgativa della produzione dell’etologo italiano e porta al centro della riflessione uno dei suoi strumenti conoscitivi prediletti: l’analogia.

Danilo Mainardi, l’etologo che ha portato gli animali nella cultura italiana

Mainardi è stato una delle figure più importanti dell’etologia e della divulgazione scientifica italiana. Professore all’Università di Parma e successivamente professore emerito di Biologia ed Ecologia comportamentale all’Università Ca’ Foscari di Venezia, ha diretto la Scuola internazionale di etologia di Erice ed è stato presidente dell’International Ethological Society e presidente onorario della LIPU. La sua attività scientifica si è affiancata a una straordinaria capacità divulgativa, esercitata attraverso libri, articoli e numerose collaborazioni televisive, tra cui quelle con Piero Angela.

La sua peculiarità consisteva nel riuscire a parlare degli animali senza trasformarli in semplici personaggi antropomorfizzati e, allo stesso tempo, senza relegare l’etologia a una disciplina riservata agli specialisti.

In Arbitri e galline questa impostazione raggiunge una forma particolarmente originale: osservare gli animali diventa un modo per interrogare anche la società umana.

Che cosa hanno in comune arbitri e galline?

Il titolo del libro è già una dichiarazione di metodo. Mainardi parte da coppie apparentemente incongrue per cercare connessioni comportamentali, evolutive o sociali. Non si tratta però di sostenere che uomini e animali siano uguali.

Al contrario, uno degli aspetti più interessanti dell’approccio di Mainardi è proprio la ricerca simultanea di analogie e differenze. L’analogia serve a formulare una domanda, non necessariamente a stabilire un’identità.

Curiosità sulle galline 

Una recensione apparsa su L’Indice definiva il libro un tentativo riuscito di mettere a confronto comportamento animale e comportamento umano attraverso una sorta di «gioco degli specchi» fenomenologico.

È un procedimento particolarmente fertile per l’etologia perché permette di osservare fenomeni familiari sotto una prospettiva diversa. Gerarchie, competizione, cooperazione, comunicazione, strategie sociali e adattamento possono essere studiati negli animali e, con le dovute cautele, utilizzati come punto di partenza per interrogare alcuni comportamenti umani.

L’analogia non significa antropomorfismo

Uno dei rischi più frequenti quando si parla di comportamento animale consiste nell’attribuire agli altri animali intenzioni, emozioni e categorie esclusivamente umane.

Mainardi percorre una strada diversa. Il suo obiettivo non è trasformare gli animali in esseri umani in miniatura, ma mostrare che anche Homo sapiens appartiene al mondo animale.

È una distinzione fondamentale. L’etologia studia il comportamento degli animali nel loro ambiente e in relazione alla loro storia evolutiva. Quando il comportamento umano viene inserito in questa prospettiva, non significa ridurre la cultura alla biologia, ma riconoscere che anche la nostra specie possiede una storia naturale.

In questo senso, Arbitri e galline contiene una provocazione ancora attuale: forse il vero errore non consiste nel vedere troppa umanità negli animali, ma nel dimenticare quanta animalità esista nell’essere umano.

La selezione naturale come filo conduttore

Alla base delle analogie individuate da Mainardi si trova un concetto centrale dell’evoluzione: la selezione naturale. La descrizione editoriale del volume sottolinea proprio come l’autore utilizzi l’azione della selezione naturale per mettere in relazione fenomeni appartenenti alla natura e alla cultura, pur mantenendo le differenze fondamentali tra i due ambiti.

Il punto è particolarmente interessante perché il comportamento non è un elemento estraneo all’evoluzione. Le strategie comportamentali possono infatti influenzare la sopravvivenza e il successo riproduttivo degli individui e, nel corso delle generazioni, essere sottoposte a pressione selettiva.

L’etologia moderna ha sviluppato proprio questa prospettiva: il comportamento può essere studiato come un tratto biologico, insieme alle caratteristiche anatomiche e fisiologiche dell’organismo.

Mainardi porta questo principio nel territorio della divulgazione e lo utilizza per porre domande sulla nostra stessa specie.

Gli animali come strumento per comprendere l’essere umano

Uno dei meriti principali del libro consiste nella capacità di rovesciare la prospettiva. Solitamente l’essere umano osserva gli animali per comprendere il loro comportamento. Mainardi invita invece a compiere anche il percorso inverso: osservare gli altri animali per comprendere meglio alcuni aspetti dell’uomo.

È un’impostazione coerente con una convinzione ricorrente nella sua produzione scientifica e divulgativa: non ha senso contrapporre rigidamente “gli animali” all’essere umano, perché Homo sapiens è esso stesso una specie animale.

In un’intervista dedicata proprio al tema di Arbitri e galline, Mainardi contestava l’idea di considerare l’uomo esterno o superiore alla natura. Secondo l’etologo, una delle analogie fondamentali riguarda proprio il fatto che anche il comportamento umano deve fare i conti con l’adattamento, mentre una delle grandi differenze è rappresentata dal peso assunto dalla cultura nella nostra specie.

È probabilmente questo il nucleo filosofico più interessante del saggio.

Natura e cultura: una separazione meno semplice di quanto sembri

La specie umana possiede una caratteristica straordinaria: una parte enorme del proprio comportamento viene trasmessa attraverso l’apprendimento sociale e la cultura.

Il bambino umano nasce estremamente dipendente dall’ambiente e dagli adulti. Impara progressivamente una lingua, norme sociali, tecniche, valori, strumenti e modalità di relazione. La cultura diventa così un potente sistema di trasmissione delle informazioni tra generazioni.

Questo non significa che la biologia scompaia. Significa, piuttosto, che nell’essere umano natura e cultura interagiscono continuamente.

È proprio questo rapporto a rendere particolarmente stimolanti le analogie di Mainardi. Il confronto con gli altri animali non serve a dimostrare che “gli animali sono come noi”, ma a capire quali caratteristiche condividiamo con altre specie e quali invece dipendono dalla particolare traiettoria evolutiva di Homo sapiens.

Un libro divulgativo che mette in luce molti aspetti del ragionamento etologico

Arbitri e galline non è un manuale universitario di etologia. Il suo obiettivo è differente: avvicinare il lettore al ragionamento etologico attraverso esempi, associazioni e osservazioni capaci di suscitare curiosità. Questa scelta rappresenta contemporaneamente la forza e il limite del volume.

La forza è la leggibilità. Mainardi riesce a trasformare concetti complessi in domande accessibili, senza rinunciare alla prospettiva evoluzionistica.

Chi è nato prima? L’uovo o la gallina? 

Il limite, inevitabile in un’opera divulgativa, è che le analogie non possono essere considerate automaticamente dimostrazioni scientifiche. Un comportamento che appare simile in due specie può avere origini evolutive, funzioni e meccanismi completamente differenti.

L’analogia è quindi uno strumento per pensare e formulare ipotesi; non sostituisce l’analisi sperimentale. Ed è proprio questa distinzione a rendere il libro ancora interessante per un lettore contemporaneo: può essere letto non soltanto per le risposte che propone, ma anche per le domande che insegna a porsi.

Buoni motivi per leggere il saggio

A distanza di oltre vent’anni dalla pubblicazione, il saggio conserva una particolare capacità di stimolare la riflessione. In un’epoca in cui  il comportamento degli animali viene continuamente raccontato attraverso video, social network e contenuti virali, il rischio di interpretazioni antropomorfiche è diventato ancora più evidente. Un cane che sembra “geloso”, un gatto che appare “vendicativo”, un uccello che sembra “innamorato” possono diventare rapidamente protagonisti di narrazioni umane.

L’approccio di Mainardi invita invece a fermarsi e osservare. Che cosa sta realmente facendo quell’animale? Quale funzione può avere quel comportamento? Quali sono le spiegazioni evolutive possibili? Quanto della nostra interpretazione deriva dall’osservazione e quanto, invece, dalle categorie umane che utilizziamo per descriverla?
Sono domande che appartengono ancora pienamente all’etologia contemporanea.

Il valore di Arbitri e galline

Il valore di Arbitri e galline non risiede soltanto nelle singole analogie proposte da Mainardi, alcune delle quali sono legate al contesto culturale nel quale il libro è stato scritto. Il suo valore più duraturo sta nel metodo.

Mainardi invita a guardare gli animali con maggiore attenzione e, contemporaneamente, a guardare l’essere umano con maggiore umiltà.

La gallina, il merluzzo, il protozoo o qualunque altro organismo preso in esame non sono semplicemente strumenti per parlare dell’uomo. Sono esseri viventi dotati di una propria storia evolutiva, di strategie comportamentali e di un rapporto specifico con il proprio ambiente.

Ed è proprio riconoscendo questa alterità che il confronto diventa scientificamente interessante. Arbitri e galline rimane così un’opera di divulgazione capace di mettere in discussione una delle convinzioni più radicate della cultura occidentale: quella secondo cui l’essere umano possa essere osservatore esterno della natura. Per Mainardi, osservando gli altri animali, finiamo inevitabilmente per osservare anche noi stessi.

E forse la domanda più importante lasciata dal libro non è che cosa abbiano in comune arbitri e galline, ma quanto possiamo comprendere dell’essere umano quando smettiamo di considerarlo separato dal resto del mondo animale.

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