Dalla sofferenza psicologica che può accompagnare gli eventi della vita alle condizioni cliniche che richiedono una valutazione professionale: comprendere la differenza tra disagio psichico e disturbo mentale aiuta a evitare sia la patologizzazione della normale sofferenza sia la sottovalutazione di un problema di salute mentale
La salute mentale non coincide semplicemente con l’assenza di una diagnosi psichiatrica. Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), è una condizione di benessere che permette alla persona di affrontare le normali difficoltà della vita, sviluppare le proprie capacità, apprendere e lavorare e partecipare alla vita della comunità. L’OMS sottolinea inoltre che la salute mentale si colloca lungo un continuum e può cambiare nel corso dell’esistenza.
All’interno di questo continuum possono comparire momenti di sofferenza, stress e difficoltà emotive che non costituiscono necessariamente un disturbo mentale. In altri casi, invece, i sintomi possono diventare persistenti, clinicamente significativi e compromettere in maniera importante il funzionamento della persona.
Comprendere questa distinzione è importante anche per evitare due errori opposti: considerare patologica qualsiasi forma di sofferenza oppure pensare che un problema psicologico significativo debba essere semplicemente “sopportato”.
Cosa leggerai nell'articolo:
- Che cos’è il disagio psichico?
- Che cos’è invece un disturbo mentale?
- Il criterio della sofferenza e del funzionamento
- Soffrire non significa necessariamente essere malati
- Un disturbo mentale non coincide necessariamente con una grave compromissione
- Disagio psichico e disturbo mentale possono sovrapporsi
- Quali fattori possono favorire il disagio psicologico?
- Quando è opportuno chiedere aiuto?
- Psicologo, Psicoterapeuta e Psichiatra hanno lo stesso ruolo?
- La diagnosi non dovrebbe diventare un’etichetta
- Perché è importante non confondere disagio e disturbo mentale?
- Una distinzione utile, ma non una frontiera rigida
Che cos’è il disagio psichico?
L’espressione disagio psichico viene generalmente utilizzata per descrivere una condizione di sofferenza, difficoltà emotiva o psicologica che può manifestarsi in risposta a circostanze personali, relazionali, sociali o ambientali.
Può comparire, per esempio, dopo una separazione, un lutto, un conflitto familiare, una perdita del lavoro, una situazione di forte stress, un cambiamento radicale nella propria vita o un periodo caratterizzato da isolamento e incertezza.
Il disagio può manifestarsi attraverso tristezza, irritabilità, preoccupazione, difficoltà di concentrazione, stanchezza, alterazioni del sonno, perdita temporanea di motivazione oppure una sensazione generale di non riuscire a gestire adeguatamente ciò che sta accadendo.
Queste manifestazioni, tuttavia, non sono automaticamente indice di una malattia mentale. L’OMS, parlando dei disturbi mentali, distingue infatti le condizioni clinicamente significative dalle normali variazioni dell’umore e dalle risposte emotive di breve durata alle difficoltà quotidiane. Per esempio, l’OMS specifica che la depressione è diversa dalle normali oscillazioni dell’umore e dalle risposte emotive transitorie alle difficoltà della vita.
Questo non significa che il disagio sia irrilevante. Una sofferenza psicologica anche in assenza di una diagnosi può essere intensa e meritare ascolto, sostegno e, quando necessario, un aiuto professionale.
Che cos’è invece un disturbo mentale?
Il concetto di disturbo mentale appartiene a un ambito clinico e diagnostico. Secondo l’OMS, un disturbo mentale è caratterizzato da un’alterazione clinicamente significativa della cognizione, della regolazione emotiva o del comportamento, associata generalmente a sofferenza significativa oppure a una compromissione del funzionamento in importanti aree della vita.
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La classificazione internazionale di riferimento è l’ICD-11, elaborata dall’OMS. Si tratta dello standard internazionale utilizzato per classificare e registrare le condizioni di salute e comprende una specifica sezione dedicata ai disturbi mentali, comportamentali e del neurosviluppo.
L’OMS ha inoltre pubblicato le Clinical Descriptions and Diagnostic Requirements for ICD-11 Mental, Behavioural and Neurodevelopmental Disorders, uno strumento destinato a supportare i professionisti nell’identificazione e nella diagnosi dei disturbi.
La diagnosi, quindi, non dovrebbe essere basata semplicemente sulla presenza di una singola emozione o di un comportamento insolito.
È necessario considerare insieme diversi elementi, tra cui la natura dei sintomi, la loro persistenza, la loro intensità, il contesto nel quale compaiono e l’eventuale interferenza con la vita personale, familiare, sociale, scolastica o professionale.
Il criterio della sofferenza e del funzionamento
Uno degli aspetti più importanti per comprendere la differenza tra disagio e disturbo riguarda il rapporto tra sintomi, sofferenza e funzionamento.
Una persona può attraversare un periodo estremamente difficile senza sviluppare necessariamente un disturbo mentale. Al contrario, un disturbo può essere presente quando una configurazione di sintomi determina una sofferenza significativa oppure interferisce sostanzialmente con la capacità di vivere, lavorare, studiare, relazionarsi o svolgere le normali attività quotidiane.
L’OMS utilizza proprio la presenza di una compromissione significativa del funzionamento o di una sofferenza clinicamente rilevante come elemento importante nella descrizione dei disturbi mentali.
Il funzionamento, inoltre, non riguarda soltanto il lavoro. Può comprendere la capacità di prendersi cura di sé, mantenere relazioni, studiare, svolgere attività quotidiane, gestire le proprie responsabilità e partecipare alla vita sociale.
Soffrire non significa necessariamente essere malati
È probabilmente questa la distinzione più importante. La sofferenza psicologica fa parte dell’esperienza umana. Provare tristezza dopo una perdita, paura davanti a un pericolo, preoccupazione prima di un esame o stress durante un periodo particolarmente impegnativo non costituisce di per sé una patologia.
Anzi, considerare automaticamente patologiche queste esperienze potrebbe produrre una sorta di medicalizzazione della normalità, trasformando reazioni emotive comprensibili in presunti sintomi di malattia.
La stessa OMS osserva che una manifestazione emotiva anomala isolata o un breve periodo di alterazione dell’umore non sono sufficienti, da soli, a definire un disturbo mentale.
La questione cambia quando le manifestazioni diventano persistenti, ricorrenti, particolarmente intense o associate a una compromissione significativa del funzionamento.
Un disturbo mentale non coincide necessariamente con una grave compromissione
Anche l’errore opposto è importante da evitare. La parola “disturbo” può evocare immediatamente condizioni psichiatriche estremamente gravi. In realtà, i disturbi mentali comprendono condizioni molto diverse per natura, sintomatologia, durata e gravità.
Il National Institute of Mental Health (NIMH), per esempio, sottolinea che le malattie mentali possono variare da forme con impatto lieve fino a condizioni associate a compromissione grave del funzionamento.
Questo assunto significa che avere un disturbo mentale non equivale necessariamente a essere incapaci di condurre una vita autonoma.
Una persona può avere una diagnosi e continuare a lavorare, studiare, mantenere relazioni e svolgere le proprie attività, soprattutto quando riceve un trattamento appropriato e dispone di adeguato sostegno.
Disagio psichico e disturbo mentale possono sovrapporsi
La distinzione non deve essere interpretata come una barriera rigida. Il disagio psicologico può rappresentare una risposta transitoria a una situazione difficile, ma in alcune circostanze può diventare più persistente e associarsi a una condizione clinica.
Allo stesso tempo, una persona con un disturbo mentale può attraversare periodi di particolare sofferenza, mentre in altri momenti può stare significativamente meglio.
La salute mentale, infatti, non è una condizione statica. L’OMS la descrive come un continuum influenzato dall’interazione tra fattori individuali, familiari, sociali e strutturali.
Questo approccio permette di superare una visione eccessivamente rigida nella quale esisterebbero soltanto due categorie: “persona sana” e “persona malata”.
Quali fattori possono favorire il disagio psicologico?
La sofferenza mentale di rado dipende da un unico elemento. Secondo l’OMS, fattori biologici, psicologici, familiari, comunitari e strutturali possono interagire tra loro nel proteggere oppure compromettere la salute mentale. Tra le condizioni associate a un rischio maggiore vengono citate, tra le altre, povertà, violenza, disabilità e disuguaglianza.
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Anche eventi apparentemente diversi possono avere conseguenze psicologiche molto differenti da persona a persona.
La stessa esperienza può essere affrontata da un individuo senza conseguenze rilevanti e produrre invece un forte disagio in un altro.
Questo dipende anche dalla storia personale, dalle risorse psicologiche disponibili, dalle relazioni, dalle condizioni materiali di vita e dal sostegno sociale.
Quando è opportuno chiedere aiuto?
Non è necessario aspettare che compaia una diagnosi per chiedere aiuto. Una persona può rivolgersi a un professionista della salute mentale anche quando sta attraversando un periodo di sofferenza che non riesce a comprendere o a gestire autonomamente. Chiedere supporto, infatti, non significa necessariamente essere affetti da un disturbo mentale: può rappresentare semplicemente un modo per affrontare una fase particolarmente complessa della propria vita.
La richiesta di aiuto diventa particolarmente importante quando il disagio tende a persistere nel tempo, aumenta progressivamente oppure comincia a interferire con il sonno, con le attività quotidiane, con il lavoro o con lo studio.
Anche le difficoltà persistenti nelle relazioni, il progressivo ritiro dalle attività abituali e la sensazione di non riuscire più a gestire autonomamente ciò che si sta vivendo possono indicare l’opportunità di rivolgersi a un professionista.
La valutazione professionale permette di comprendere meglio la natura della sofferenza e di distinguere una risposta psicologica comprensibile a una situazione difficile da una condizione che può richiedere un intervento psicologico, psicoterapeutico o psichiatrico. Non spetta infatti alla persona formulare autonomamente una diagnosi: l’interpretazione dei sintomi deve tenere conto della loro intensità, della durata, del contesto nel quale compaiono e dell’eventuale impatto sul funzionamento individuale e sociale.
Psicologo, Psicoterapeuta e Psichiatra hanno lo stesso ruolo?
Sebbene possano collaborare, le loro competenze non sono identiche.
Lo Psicologo è un professionista della salute psicologica che può occuparsi di valutazione, prevenzione, sostegno e interventi psicologici secondo la propria formazione e il proprio ambito professionale.
Lo Psicoterapeuta possiede una specifica formazione specialistica in psicoterapia e utilizza metodologie psicoterapeutiche per intervenire sulla sofferenza psicologica e sui disturbi psicologici e psichiatrici.
Lo Psichiatra è un medico specializzato in Psichiatria e può effettuare valutazioni diagnostiche e prescrivere farmaci, oltre a svolgere interventi psicoterapeutici quando possiede la relativa formazione.
La scelta del professionista dipende quindi dalla natura e dalla gravità della situazione. In molti casi, Psicologo, Psicoterapeuta e Psichiatra possono lavorare insieme.
La diagnosi non dovrebbe diventare un’etichetta
Una diagnosi psichiatrica è uno strumento clinico, non una definizione dell’identità di una persona. L’ICD-11 è stato sviluppato anche per permettere una identificazione più accurata e affidabile dei disturbi e favorire l’accesso a cure appropriate. L’OMS sottolinea che una diagnosi accurata rappresenta generalmente un primo passaggio verso un’assistenza adeguata.
La diagnosi, quindi, dovrebbe servire a comprendere meglio ciò che sta accadendo e a individuare interventi appropriati, non a ridurre l’individuo alla propria condizione clinica.
Questo aspetto è particolarmente importante anche perché le persone con problemi di salute mentale possono essere esposte a stigma, discriminazione e violazioni dei diritti umani, fenomeni che l’OMS considera ancora rilevanti a livello globale.
Perché è importante non confondere disagio e disturbo mentale?
Distinguere i due concetti permette di evitare due forme opposte di errore. La prima consiste nel patologizzare la sofferenza normale. Non ogni tristezza è depressione, non ogni preoccupazione è un disturbo d’ansia e non ogni reazione a un evento traumatico equivale automaticamente a un disturbo correlato al trauma.
La seconda consiste nella sottovalutazione della sofferenza clinicamente significativa. Dire a una persona che deve semplicemente “reagire” quando presenta sintomi persistenti e una compromissione importante della propria vita può ritardare l’accesso alle cure.
L’approccio più corretto consiste quindi nell’osservare la persona nel suo insieme e valutare intensità, durata, contesto, sintomi, sofferenza e funzionamento, senza trasformare ogni difficoltà in una diagnosi e senza minimizzare ciò che invece necessita di attenzione.
Una distinzione utile, ma non una frontiera rigida
Disagio psichico e disturbo mentale non rappresentano necessariamente due realtà completamente separate.
Il primo può indicare una condizione di sofferenza psicologica che può essere temporanea e legata alle circostanze della vita. Il secondo identifica invece una condizione clinicamente significativa che rientra nei sistemi diagnostici e può richiedere una presa in carico professionale.
Tra i due esiste però una grande varietà di esperienze. La salute mentale, come ricorda l’OMS, si sviluppa lungo un continuum e può cambiare nel corso della vita.
Per questo motivo, comprendere la differenza tra disagio e disturbo non significa stabilire un confine rigido tra “normalità” e “malattia”. Significa piuttosto imparare a riconoscere quando una sofferenza rappresenta una risposta comprensibile alle circostanze e quando, invece, può essere il segnale di una condizione che merita una valutazione clinica.
In entrambi i casi, la sofferenza della persona è reale. Ciò che cambia è il significato clinico che quella sofferenza assume e il tipo di intervento che può essere indicato.

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