Il suolo non è una superficie vuota sulla quale costruire, ma un’infrastruttura naturale capace di assorbire, filtrare e trattenere l’acqua. Quando viene coperto da cemento e asfalto, questa funzione si riduce e il territorio diventa più vulnerabile alle precipitazioni intense. Ma de-impermeabilizzare, rinaturalizzare e progettare città più permeabili può restituire spazio all’acqua
Quando arriva una precipitazione intensa, non tutta l’acqua che cade dal cielo si comporta allo stesso modo. Una parte viene assorbita dal terreno, una parte raggiunge le falde, una parte viene trattenuta dalla vegetazione e una parte scorre lentamente verso fiumi e corsi d’acqua.
Il problema nasce quando il terreno non è più in grado di svolgere queste funzioni. Strade, parcheggi, piazzali, edifici e altre superfici impermeabili interrompono il rapporto tra pioggia e suolo. L’acqua, invece di infiltrarsi gradualmente, tende a scorrere più rapidamente in superficie, aumentando la pressione sui sistemi di drenaggio e sui corsi d’acqua.
Non significa che il cemento sia la causa di ogni alluvione. Le precipitazioni, la conformazione del territorio, la presenza di corsi d’acqua, la manutenzione delle infrastrutture e molti altri fattori concorrono a determinare il rischio. Ma l’impermeabilizzazione del suolo può aumentare la vulnerabilità di un territorio.
Ed è proprio qui che si apre una possibilità: se abbiamo trasformato parte del territorio rendendolo meno permeabile, possiamo anche restituirgli una parte della sua capacità di assorbire l’acqua.
Cosa leggerai nell'articolo:
- Che cosa succede alla pioggia quando incontra un terreno naturale?
- Perché cemento e asfalto aumentano il deflusso dell’acqua?
- Quanto suolo stiamo continuando a impermeabilizzare in Italia?
- Il cambiamento climatico rende ancora più importante il suolo permeabile
- Che cosa significa davvero restituire spazio all’acqua?
- Le città possono diventare più permeabili
- Anche i fiumi hanno bisogno di spazio
- La de-impermeabilizzazione è una forma di prevenzione
- Non tutto il cemento può essere eliminato
- La città-spugna: progettare territori che sappiano assorbire
- Dal consumo di suolo alla rigenerazione del territorio
- Restituire spazio all’acqua significa restituire spazio alla sicurezza
Che cosa succede alla pioggia quando incontra un terreno naturale?
Un suolo sano è un sistema complesso. Al suo interno sono presenti pori, materia organica, radici, microrganismi e numerosi organismi che contribuiscono alla sua struttura.
Quando piove, l’acqua può infiltrarsi negli strati superficiali e più profondi del terreno. Una parte viene utilizzata dalla vegetazione, una parte può alimentare le falde e un’altra può raggiungere gradualmente i corsi d’acqua.
L’Agenzia europea dell’ambiente sottolinea proprio questa funzione: un terreno non impermeabilizzato può immagazzinare acqua e contribuire alla ricarica delle falde, mentre sulle superfici sigillate la pioggia tende a trasformarsi più rapidamente in deflusso superficiale.
Il suolo, in altre parole, funziona anche come una sorta di spugna naturale. Non è una spugna perfetta e non può assorbire quantità illimitate d’acqua. La capacità di infiltrazione dipende infatti dal tipo di terreno, dalla sua struttura, dall’umidità precedente, dalla vegetazione, dalla pendenza e dall’intensità della precipitazione.
Ma mantenere questa capacità significa conservare una delle difese naturali del territorio.
Perché cemento e asfalto aumentano il deflusso dell’acqua?
Quando una superficie viene impermeabilizzata, il rapporto tra acqua e terreno cambia radicalmente.
L’asfalto e il cemento impediscono all’acqua di penetrare nel suolo. Durante una precipitazione intensa, l’acqua tende quindi a concentrarsi rapidamente lungo strade, piazzali, canalizzazioni e sistemi di drenaggio.
L’Agenzia europea dell’ambiente considera l’impermeabilizzazione del suolo una delle principali forme di degrado del terreno in Europa e segnala tra le sue conseguenze l’aumento del rischio di alluvioni e di scarsità idrica.
Il paradosso è interessante: un territorio può diventare contemporaneamente più vulnerabile alle alluvioni quando piove molto e più vulnerabile alla siccità quando piove poco.
Quando l’acqua non riesce a infiltrarsi, infatti, diminuisce anche la possibilità che contribuisca alla ricarica delle falde.
Quanto suolo stiamo continuando a impermeabilizzare in Italia?
Il fenomeno non riguarda soltanto le grandi metropoli. Secondo il Rapporto ISPRA-SNPA 2025, nel 2024 in Italia sono stati consumati in termini netti circa 7.850 ettari di suolo, equivalenti a quasi 23 ettari al giorno. Il dato rappresenta un aumento del 15,6% rispetto al 2023 ed è superiore alla media dell’ultimo decennio, pari a 18,9 ettari al giorno.
Dal 2006 al 2024 il consumo di suolo netto ha raggiunto quasi 133.000 ettari. Il monitoraggio ISPRA evidenzia inoltre che la trasformazione del territorio continua anche in aree caratterizzate da pericolosità idraulica.
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Sono numeri che raccontano un processo molto concreto: mentre il clima mette alla prova la capacità dei territori di gestire precipitazioni intense, continuiamo in alcuni casi a ridurre proprio quella superficie naturale che potrebbe contribuire a trattenere l’acqua.
Il cambiamento climatico rende ancora più importante il suolo permeabile
Il consumo di suolo e il cambiamento climatico sono fenomeni distinti, ma possono interagire. Il riscaldamento globale sta modificando il ciclo idrologico e, in molte regioni, aumenta la probabilità di precipitazioni intense. L’Agenzia europea dell’ambiente segnala che eventi estremi come alluvioni e siccità costituiscono rischi crescenti per l’Europa.
Questo non significa che ogni singola alluvione sia causata dal cambiamento climatico o dal consumo di suolo. Significa piuttosto che un territorio già impermeabilizzato può trovarsi meno preparato ad affrontare precipitazioni intense, mentre un clima più caldo può rendere più complessa la gestione del rischio idrico.
Per questo l’adattamento climatico non riguarda soltanto grandi dighe, argini e infrastrutture idrauliche. Riguarda anche qualcosa di molto più vicino ai nostri piedi: il terreno.
Che cosa significa davvero restituire spazio all’acqua?
De-impermeabilizzare non significa semplicemente eliminare il cemento. Significa individuare i luoghi nei quali una superficie artificiale non è più necessaria o può essere trasformata e restituire progressivamente al territorio una parte delle sue funzioni naturali.
Un parcheggio sottoutilizzato può, in determinate condizioni, essere trasformato in uno spazio verde permeabile. Un cortile può accogliere aree vegetate. Un piazzale può essere progettato con pavimentazioni drenanti. Una superficie abbandonata può diventare un’area capace di assorbire e trattenere parte delle precipitazioni.
Sono interventi che, se progettati correttamente, possono essere integrati nella rigenerazione urbana.
Le città possono diventare più permeabili
La città del futuro non deve necessariamente essere una città completamente verde. Deve però imparare a distribuire meglio le superfici impermeabili e quelle permeabili.
Parchi, aiuole, alberature, giardini della pioggia, pavimentazioni drenanti e aree verdi possono diventare elementi di una vera e propria infrastruttura blu-verde.
I cosiddetti rain gardens, per esempio, sono depressioni vegetate progettate per raccogliere temporaneamente l’acqua piovana e favorirne l’infiltrazione.
L’Agenzia europea dell’ambiente indica proprio l’aumento delle aree verdi, i giardini della pioggia, la raccolta dell’acqua piovana e le soluzioni basate sugli ecosistemi tra le strategie che possono contribuire all’adattamento delle città agli eventi estremi.
Non si tratta quindi di scegliere tra infrastrutture tradizionali e natura. In molti casi la strategia più efficace consiste nel farle lavorare insieme.
Anche i fiumi hanno bisogno di spazio
Restituire spazio all’acqua non significa intervenire soltanto nelle città. Per secoli molti corsi d’acqua sono stati canalizzati, arginati e separati dalle aree circostanti. In determinati contesti queste opere continuano a svolgere una funzione importante per la sicurezza delle comunità. Ma dove le condizioni lo consentono, recuperare parte delle pianure alluvionali e delle zone umide può contribuire a ridurre la pressione durante gli eventi di piena.
Le zone umide, infatti, possono trattenere temporaneamente l’acqua e rallentarne il movimento. L’Agenzia europea dell’ambiente considera il ripristino delle zone umide e delle infrastrutture verdi tra le soluzioni basate sulla natura utili per aumentare la resilienza europea alle alluvioni e ad altri eventi climatici estremi.
La logica è semplice: quando possibile, invece di costringere tutta l’acqua a passare rapidamente attraverso canali e tubazioni, si può creare spazio perché una parte venga trattenuta dal territorio.
La de-impermeabilizzazione è una forma di prevenzione
Esiste una tendenza a considerare la prevenzione come qualcosa di invisibile: un’opera che non viene inaugurata, una tragedia che non avviene, un rischio che rimane soltanto potenziale. Eppure de-impermeabilizzare è una forma concreta di prevenzione.
Ridurre le superfici sigillate può migliorare l’infiltrazione dell’acqua, contribuire alla ricarica delle falde, sostenere la vegetazione e ridurre alcuni effetti dell’isola di calore urbana.
L’ISPRA sottolinea che il bilancio del consumo di suolo tiene conto anche degli interventi di demolizione, de-impermeabilizzazione e rinaturalizzazione. Allo stesso tempo, evidenzia che il recupero delle funzioni originarie del suolo è complesso e può richiedere tempi lunghi.
Per questo prevenire la perdita di suolo è generalmente più semplice che cercare di ricostruire successivamente un suolo naturale.
Non tutto il cemento può essere eliminato
Restituire spazio all’acqua non significa immaginare città senza strade, edifici o infrastrutture. Le superfici artificiali sono necessarie per abitazioni, trasporti, servizi e attività economiche. La questione è un’altra: capire dove l’impermeabilizzazione è realmente necessaria, dove può essere ridotta e dove è possibile compensarne gli effetti.
La strategia più efficace non consiste quindi nel contrapporre sviluppo e tutela del suolo, ma nel progettare il territorio considerando il suolo come una risorsa.
Anche l’EEA sottolinea che la crescita delle aree urbane e l’aumento delle superfici impermeabili stanno contribuendo alla perdita di funzioni del suolo, con conseguenze sulla gestione dell’acqua e sulla resilienza climatica.
La città-spugna: progettare territori che sappiano assorbire
Negli ultimi anni si è diffuso il concetto di città-spugna, un modello urbanistico nel quale la città viene progettata per trattenere, infiltrare, rallentare e riutilizzare l’acqua piovana invece di allontanarla il più rapidamente possibile.
Il principio può essere applicato attraverso una combinazione di verde urbano, superfici permeabili, sistemi di raccolta dell’acqua, alberature, tetti verdi, bacini di ritenzione e aree temporaneamente allagabili.
Non esiste una soluzione universale. Ogni città ha caratteristiche geologiche, climatiche e urbanistiche differenti. Ma il principio può essere applicato quasi ovunque: l’acqua non deve essere considerata soltanto qualcosa da evacuare, ma anche una risorsa da trattenere.
Dal consumo di suolo alla rigenerazione del territorio
Il dato sul consumo di suolo può quindi essere letto in due modi. Da una parte racconta una perdita: meno terreno naturale, meno capacità di infiltrazione, meno habitat. Dall’altra indica una direzione possibile.
Dove il territorio è già stato trasformato, si può intervenire con la rigenerazione. Dove nuove impermeabilizzazioni non sono necessarie, si può evitarle. Dove esistono ancora suoli naturali, agricoli o seminaturali, proteggerli significa conservare funzioni che possono diventare sempre più importanti in un clima che cambia.
La questione non è quindi soltanto quanto terreno consumiamo, ma anche quanto territorio siamo capaci di restituire alla natura.
Restituire spazio all’acqua significa restituire spazio alla sicurezza
Un’alluvione non può essere eliminata semplicemente togliendo qualche metro quadrato di cemento. La sicurezza idraulica dipende da una combinazione complessa di fattori: intensità delle precipitazioni, morfologia, manutenzione dei corsi d’acqua, infrastrutture, urbanizzazione, gestione del territorio e condizioni climatiche.
Ma proprio perché il rischio nasce dall’interazione di più elementi, anche le soluzioni devono essere molteplici. Proteggere il suolo, ridurre l’impermeabilizzazione, recuperare zone umide, rendere permeabili alcune superfici urbane e lasciare più spazio ai fiumi possono diventare tasselli della stessa strategia.
Il cambiamento più importante potrebbe quindi essere culturale. Il terreno sotto i nostri piedi non è uno spazio vuoto. È un’infrastruttura naturale.
Quando impariamo a considerarlo come tale, il cemento smette di essere l’unica risposta possibile alla necessità di costruire e la natura torna a essere parte della progettazione del territorio.

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