Soluzioni urbane per contrastare il caldo
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L’estate europea sta cambiando: come possiamo progettare città capaci di resistere al caldo?

Tempo di lettura: 8 minuti

Le ondate di calore stanno diventando una delle principali sfide per gli ambienti urbani. Alberi, acqua, suoli permeabili, architettura e nuovi materiali possono però trasformare le città in luoghi più freschi, vivibili e resilienti

L’estate europea non è più soltanto una stagione caratterizzata da temperature elevate. Il caldo intenso sta diventando una delle manifestazioni più evidenti del cambiamento climatico e, nelle città, può trasformarsi in un problema ancora più complesso.

L’Europa è il continente che si sta riscaldando più rapidamente: secondo l’Organizzazione meteorologica mondiale e il servizio europeo Copernicus, la temperatura della regione europea è aumentata a un ritmo circa doppio rispetto alla media globale. Il 2024 è stato l’anno più caldo mai registrato in Europa e il 2025 ha portato nuove ondate di calore, interessando aree molto estese del continente.

Anche il modo in cui misuriamo il caldo sta cambiando. Non è sufficiente considerare la temperatura dell’aria: il cosiddetto stress termico tiene conto anche di umidità, vento, radiazione solare e calore proveniente dalle superfici circostanti. Nel 2024 il 60% del territorio europeo ha registrato più giorni della media con almeno un livello di “forte stress da caldo”, corrispondente a una temperatura percepita di almeno 32 °C secondo l’indice UTCI.

Nel 2025, inoltre, il 41% dell’Europa ha sperimentato più giorni della media con almeno forte stress termico. In alcune zone della Spagna meridionale sono stati registrati fino a 50 giorni aggiuntivi rispetto alla media con temperature percepite superiori a 32 °C.

La domanda, quindi, non è più soltanto come ridurre le emissioni responsabili del cambiamento climatico. È anche come adattare gli ambienti nei quali viviamo a un clima che è già cambiato.

Perché le città soffrono più il caldo?

Una città non è semplicemente un luogo nel quale si concentra una grande quantità di persone. È anche un sistema fisico capace di modificare il microclima.

Asfalto, cemento, pietra e altri materiali utilizzati nelle infrastrutture urbane assorbono una parte significativa della radiazione solare durante il giorno e possono restituire il calore accumulato anche dopo il tramonto. La scarsità di vegetazione riduce contemporaneamente l’ombreggiamento e l’evapotraspirazione, cioè il processo attraverso il quale acqua presente nel terreno e nelle piante passa nell’atmosfera contribuendo al raffrescamento.

Da questa combinazione nasce il fenomeno dell’isola di calore urbana. Le aree densamente costruite possono quindi risultare più calde rispetto alle zone rurali o periurbane circostanti. Il problema è particolarmente importante durante la notte. Se le superfici urbane continuano a rilasciare il calore accumulato durante il giorno, il corpo umano dispone di meno tempo per recuperare dallo stress termico.

Secondo l’OMS, il caldo rappresenta un importante rischio ambientale e occupazionale e può aggravare patologie cardiovascolari, respiratorie, diabete e altre condizioni. L’OMS stima inoltre che nel 2024 in Europa si siano verificati quasi 63.000 decessi correlati al caldo.

Il problema, dunque, non riguarda soltanto il comfort. Riguarda la salute pubblica.

Il verde urbano è una vera infrastruttura climatica

Quando si parla di adattamento al caldo, la prima soluzione che viene generalmente in mente è piantare alberi. È una buona intuizione, ma la ricerca scientifica suggerisce di andare oltre la semplice conta degli alberi.

Gli alberi producono ombra, riducono la quantità di radiazione solare che raggiunge le superfici e restituiscono acqua all’atmosfera attraverso la traspirazione. In determinate condizioni possono quindi modificare significativamente il microclima a livello pedonale.

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Una meta-analisi pubblicata nel 2024 su Communications Earth & Environment ha esaminato 182 studi relativi a 110 città o regioni. I ricercatori hanno rilevato che gli alberi possono ridurre la temperatura a livello pedonale anche di 12 °C in determinate condizioni, soprattutto grazie alla combinazione di ombreggiamento e traspirazione.

Questo dato, tuttavia, non significa che piantare un albero in qualsiasi punto della città produca automaticamente una riduzione di 12 °C. L’efficacia dipende dal clima, dalla forma urbana, dalla densità della chioma, dalla disponibilità di acqua e dalle caratteristiche delle specie utilizzate.

Anche la scelta delle specie è quindi importante. Una strada densamente edificata, una piazza molto esposta al sole e un parco urbano richiedono strategie differenti. La vegetazione deve inoltre essere mantenuta nel tempo. Un albero giovane appena piantato non offre immediatamente lo stesso servizio climatico di un grande esemplare adulto.

Per questo il verde urbano dovrebbe essere considerato una vera infrastruttura climatica, al pari delle reti idriche, elettriche e dei sistemi di trasporto.

Non solo alberi: una rete di ecosistemi urbani

Una città resiliente non è necessariamente quella con il maggior numero di alberi, ma quella capace di costruire una rete interconnessa di elementi naturali.

Parchi, giardini, siepi, prati, boschi urbani, orti, tetti verdi, pareti vegetali, corsi d’acqua e zone umide possono contribuire, con modalità differenti, a ridurre gli effetti del caldo.

L’IPCC considera le cosiddette soluzioni basate sulla natura strumenti importanti per l’adattamento climatico. Ecosistemi ben funzionanti possono infatti contribuire contemporaneamente a ridurre gli shock termici, gestire l’acqua piovana, diminuire il rischio di allagamenti e sostenere la biodiversità.

Questo è uno degli aspetti più interessanti della progettazione urbana del futuro: una stessa infrastruttura può svolgere più funzioni.

Un parco, per esempio, non serve soltanto per il tempo libero. Può offrire ombra, favorire l’infiltrazione dell’acqua, contribuire alla biodiversità, migliorare la qualità dell’aria e creare uno spazio nel quale le persone possano trovare sollievo durante una giornata molto calda.

L’OMS sottolinea inoltre che gli spazi verdi e blu urbani possono contribuire alla salute fisica e mentale, alla riduzione dell’esposizione al calore e alla promozione dell’attività fisica.

Il suolo è una infrastruttura climatica

Esiste però un elemento spesso dimenticato quando si parla di città verdi: il suolo. Un terreno completamente impermeabilizzato dal cemento o dall’asfalto non permette all’acqua di infiltrarsi facilmente. Durante le precipitazioni intense l’acqua viene rapidamente convogliata nelle reti di drenaggio, mentre durante i periodi caldi viene meno una componente fondamentale del ciclo naturale dell’acqua.

La città resiliente dovrebbe quindi recuperare superfici permeabili ogni volta che è possibile. Piazze, parcheggi, cortili e marciapiedi possono in alcuni casi essere progettati utilizzando pavimentazioni permeabili. Le aree verdi possono essere modellate per raccogliere temporaneamente l’acqua piovana. Gli alberi possono essere inseriti in sistemi che permettano alle radici di accedere a una quantità maggiore di suolo e acqua.

Questo approccio viene spesso indicato come water-sensitive urban design, cioè progettazione urbana sensibile alla gestione dell’acqua. Il vantaggio è duplice: l’acqua viene trattenuta più efficacemente durante gli eventi piovosi e può essere resa disponibile alla vegetazione nei periodi successivi.

In altre parole, adattarsi alle ondate di calore e prepararsi alle piogge intense non sono necessariamente due strategie separate.

Anche l’acqua può raffrescare la città

Fiumi, laghi, canali, fontane e altri elementi di acqua possono contribuire alla regolazione del microclima attraverso l’evaporazione e altri processi fisici. Ma anche in questo caso non esiste una soluzione universale.

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La ricerca citata dall’OMS evidenzia che l’efficacia degli spazi blu varia considerevolmente in funzione delle dimensioni, della configurazione urbana e delle condizioni climatiche. In determinate circostanze, infatti, piccoli corpi d’acqua possono avere un effetto limitato e alcune configurazioni possono persino aumentare il disagio termico.

L’acqua, quindi, deve essere progettata insieme al resto dell’ecosistema urbano e non semplicemente aggiunta come elemento decorativo.

Ripensare strade e piazze

Le strade rappresentano uno dei luoghi nei quali il problema del calore è particolarmente evidente. Sono superfici estese, spesso asfaltate, attraversate quotidianamente da pedoni, biciclette, automobili e mezzi pubblici.

Una revisione sistematica pubblicata nel 2024 ha analizzato 248 studi dedicati alla mitigazione del calore nelle infrastrutture stradali. La ricerca evidenzia il ruolo della copertura arborea e delle strategie di gestione sostenibile dell’acqua, mostrando come la progettazione delle strade possa modificare significativamente il microclima locale.

Una strada del futuro potrebbe quindi avere meno superficie impermeabile, più alberi, aiuole drenanti, aree ombreggiate, spazi pedonali e materiali capaci di limitare l’accumulo di calore.

La domanda non dovrebbe essere soltanto: “Quante automobili possono passare?” Dovrebbe diventare anche: “Come si comporta questa strada durante una giornata a 40 °C?”

Materiali più adatti al nuovo clima

Anche i materiali possono contribuire alla trasformazione delle città. Una possibilità è utilizzare superfici con maggiore riflettanza solare, capaci di riflettere una parte maggiore della radiazione invece di assorbirla.

Le cosiddette cool pavements, o pavimentazioni fresche, sono state studiate proprio per questo scopo. Una revisione sistematica del 2024 ha confermato il potenziale delle pavimentazioni riflettenti nel ridurre il riscaldamento delle superfici, pur sottolineando che l’efficacia varia in base ai materiali, alla posizione e alle condizioni di utilizzo.

Un’altra revisione, dedicata alle applicazioni reali delle pavimentazioni fresche, ha rilevato riduzioni della temperatura superficiale molto variabili a seconda della tecnologia e delle condizioni ambientali. Questo è importante perché dimostra che non basta scegliere un materiale definito genericamente “fresco”. Occorre verificarne l’efficacia nel contesto specifico.

Inoltre, superfici molto riflettenti possono avere effetti indesiderati se progettate senza considerare l’ambiente circostante e l’esposizione diretta delle persone alla radiazione. La progettazione deve quindi cercare un equilibrio tra riflettanza, ombra, ventilazione e comfort pedonale.

Tetti verdi e tetti riflettenti

Anche gli edifici possono diventare parte della soluzione. I tetti verdi utilizzano vegetazione e substrati che possono contribuire all’isolamento termico, all’evapotraspirazione e alla gestione delle precipitazioni.

Uno studio pubblicato su Nature Cities nel 2024 ha analizzato il potenziale dei tetti verdi nel ridurre il calore urbano e i consumi energetici, sottolineando come il loro effetto debba essere valutato anche alla scala dell’intero sistema urbano.
Ma non tutti gli edifici possono sostenere un tetto verde e non sempre questa è la soluzione più efficace.

In alcuni casi possono essere più appropriati tetti ad alta riflettanza, un migliore isolamento, schermature solari esterne, persiane, ventilazione naturale o una combinazione di queste strategie. L’Agenzia europea dell’ambiente sottolinea proprio la necessità di privilegiare il raffrescamento passivo e l’efficienza energetica degli edifici, evitando di affidarsi esclusivamente alla climatizzazione meccanica.

L’aria condizionata non può essere una risposta

Quando aumenta il caldo, la risposta più immediata consiste nell’accendere il condizionatore. Ma se milioni di persone ricorrono contemporaneamente alla climatizzazione, la domanda energetica può aumentare notevolmente. Inoltre, l’uso intensivo dei sistemi di raffrescamento può trasferire parte del calore verso l’esterno e aumentare la dipendenza dalle reti elettriche.

Questo non significa che l’aria condizionata non sia necessaria. In alcune abitazioni, strutture sanitarie e situazioni di emergenza può essere fondamentale per proteggere la salute.

Il punto è diverso: la climatizzazione dovrebbe essere una delle risposte, non l’unica risposta. Un edificio ben isolato, schermato dal sole e progettato per sfruttare la ventilazione naturale può richiedere meno energia per mantenere condizioni interne confortevoli.

L’EEA indica proprio l’integrazione tra efficienza energetica, raffrescamento passivo e soluzioni verdi e blu come una strategia più sostenibile per affrontare l’aumento dello stress termico.

Una città resiliente deve essere anche una città equa

C’è poi una questione sociale che non può essere ignorata. Non tutte le persone hanno la stessa possibilità di proteggersi dal caldo. Un’abitazione ben isolata, dotata di schermature e climatizzazione, offre possibilità completamente diverse rispetto a un appartamento piccolo, sovraffollato o situato in un quartiere densamente costruito e povero di verde.

L’OMS identifica tra i gruppi maggiormente vulnerabili agli effetti del caldo anziani, bambini, donne in gravidanza, persone con patologie croniche, lavoratori all’aperto e persone con risorse economiche limitate.

La distribuzione del verde diventa quindi anche una questione di giustizia climatica. Non basta aumentare la superficie verde complessiva di una città. Occorre chiedersi dove si trova, chi può raggiungerla e quali quartieri sono maggiormente esposti al calore.

Un grande parco lontano dalle zone più vulnerabili potrebbe avere un valore ecologico importante, ma non sostituisce necessariamente alberature stradali, piccoli parchi e spazi ombreggiati facilmente raggiungibili a piedi.

Dalla città che resiste alla città che si adatta

La vera sfida non consiste quindi nel trovare una singola tecnologia capace di “raffreddare” le città. La soluzione più efficace è probabilmente una combinazione di interventi: alberi e vegetazione, suoli permeabili, gestione dell’acqua, edifici efficienti, schermature solari, materiali appropriati, tetti verdi o riflettenti, spazi pubblici ombreggiati e sistemi di allerta per la popolazione.

È questa la logica delle soluzioni integrate di adattamento. Il cambiamento climatico non modifica soltanto la temperatura media. Cambia le condizioni alle quali devono funzionare edifici, strade, reti elettriche, sistemi sanitari e spazi pubblici.

Nel 2026 l’OMS ha aggiornato le proprie indicazioni sui piani di azione caldo-salute, proponendo un quadro articolato che coinvolge istituzioni sanitarie, amministrazioni e altri settori. L’obiettivo è passare da una gestione emergenziale delle ondate di calore a una preparazione strutturata.

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La città del futuro, quindi, non sarà semplicemente quella capace di sopportare temperature più elevate. Sarà quella capace di anticipare il problema. Progettare oggi un quartiere pensando anche a come funzionerà durante una futura ondata di calore significa evitare di doverlo correggere domani, quando adattarlo sarà più costoso e probabilmente più difficile.

L’estate europea sta cambiando. Ma non siamo obbligati ad assistere passivamente a questa trasformazione. Possiamo scegliere se continuare a costruire città che combattono la natura oppure città che imparano a collaborare con essa.

La differenza potrebbe diventare decisiva non soltanto per il comfort urbano, ma per la salute, la biodiversità e la qualità della vita di milioni di persone.

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