Giornata Internazionale per la Preservazione dello Strato di Ozono 2026
Ambiente

Giornata Internazionale per la Preservazione dello Strato di Ozono 2026: cosa dicono gli ultimi dati scientifici

Tempo di lettura: 6 minuti

Il 16 settembre richiama l’attenzione su una delle più importanti conquiste della cooperazione ambientale internazionale. Lo strato di ozono, dopo decenni di assottigliamento causato dalle attività umane, mostra segnali di recupero grazie al Protocollo di Montreal. Ma la protezione non può essere considerata acquisita

Il 16 settembre si celebra la Giornata Internazionale per la Preservazione dello Strato di Ozono, istituita dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite nel 1994 per ricordare la firma, avvenuta nel 1987, del Protocollo di Montreal sulle sostanze che impoveriscono lo strato di ozono.

La ricorrenza rappresenta uno degli esempi più significativi di come la conoscenza scientifica possa tradursi in politiche ambientali capaci di produrre risultati misurabili. Nel 2026 il tema scelto dalle Nazioni Unite è “Global action for a cooler planet”, dedicato ai dieci anni dall’adozione dell’Emendamento di Kigali e al rapporto tra protezione dell’ozono, tecnologie di raffreddamento e lotta al cambiamento climatico.

La storia dell’ozono, quindi, non è soltanto la storia di un problema ambientale. È anche la storia di una possibile soluzione.

Che cos’è lo strato di ozono

L’ozono è una molecola formata da tre atomi di ossigeno e viene indicato con la formula O₃. È presente naturalmente nell’atmosfera, ma la sua funzione dipende fortemente dalla quota alla quale si trova.

La maggior parte dell’ozono atmosferico utile alla protezione della vita si concentra nella stratosfera, a decine di chilometri dalla superficie terrestre. Qui costituisce quella che comunemente chiamiamo “fascia” o “strato di ozono”.

Il suo comportamento è particolare: assorbe una parte significativa della radiazione ultravioletta proveniente dal Sole, impedendo che quantità eccessive di radiazioni biologicamente dannose raggiungano la superficie terrestre.

Non tutto l’ozono, però, è benefico. Quello presente nella troposfera, cioè negli strati più bassi dell’atmosfera, può essere un inquinante dannoso per la salute umana, la vegetazione e gli ecosistemi. Per questo è importante distinguere l’ozono stratosferico, fondamentale per la vita, dall’ozono troposferico prodotto anche attraverso reazioni fotochimiche associate all’inquinamento atmosferico.

La funzione dell’ozono per la vita terrestre

La funzione dello strato di ozono può essere paragonata a quella di un gigantesco filtro naturale. Il Sole emette radiazioni ultraviolette di diversa lunghezza d’onda. Le radiazioni UV-C, particolarmente energetiche, vengono praticamente completamente assorbite dall’atmosfera; lo strato di ozono assorbe inoltre una parte molto importante delle UV-B, mentre le UV-A raggiungono maggiormente la superficie.

Questa schermatura è fondamentale perché le radiazioni ultraviolette possono danneggiare il DNA delle cellule. Un aumento dell’esposizione ai raggi UV-B è associato, tra le altre conseguenze, a un incremento del rischio di tumori cutanei, cataratta e alterazioni del sistema immunitario. Gli effetti riguardano però anche il mondo naturale: l’eccessiva radiazione ultravioletta può danneggiare piante, organismi acquatici e altri componenti degli ecosistemi.

Lo strato di ozono non è quindi semplicemente una componente dell’atmosfera. È uno dei sistemi naturali che rendono possibile la vita sulla superficie terrestre nelle condizioni attuali.

Quando abbiamo rischiato di perdere questa protezione?

Il problema è emerso con particolare evidenza nel corso del XX secolo, quando alcune sostanze chimiche prodotte dall’uomo hanno iniziato ad alterare la chimica della stratosfera.

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Tra queste vi erano soprattutto i clorofluorocarburi, o CFC, utilizzati per decenni come refrigeranti, propellenti e in numerosi processi industriali. Queste molecole possono raggiungere la stratosfera, dove la radiazione ultravioletta contribuisce a liberare cloro. Gli atomi di cloro possono quindi partecipare a reazioni chimiche capaci di distruggere molecole di ozono.

Il fenomeno raggiunse una dimensione particolarmente evidente sopra l’Antartide, dove si sviluppa periodicamente il cosiddetto buco dell’ozono.

Non si tratta letteralmente di un’apertura nell’atmosfera, ma di una regione nella quale la concentrazione di ozono stratosferico diminuisce fortemente durante la primavera australe. La scoperta rese evidente che una modifica provocata dalle attività umane poteva alterare un delicato equilibrio atmosferico con conseguenze potenzialmente globali.

Il Protocollo di Montreal: una risposta internazionale che ha funzionato

Nel 1987 gli Stati firmarono il Protocollo di Montreal, un accordo internazionale destinato a ridurre ed eliminare progressivamente la produzione e il consumo delle principali sostanze responsabili della distruzione dell’ozono. È una delle ragioni per cui oggi la storia dell’ozono rappresenta anche una storia di successo.

Secondo la World Meteorological Organization, il Protocollo ha portato all’eliminazione di oltre il 99% della produzione e del consumo delle sostanze controllate che danneggiano lo strato di ozono. Il risultato ha messo il sistema atmosferico sulla strada del recupero.

La lezione è particolarmente importante perché dimostra che un problema ambientale globale può essere affrontato attraverso una combinazione di ricerca scientifica, monitoraggio, accordi internazionali, innovazione tecnologica e progressiva sostituzione delle sostanze più pericolose.

Non significa che il problema sia già risolto. Significa che la direzione è cambiata.

I dati scientifici aggiornati: lo strato di ozono è in recupero

Le valutazioni scientifiche internazionali indicano che il recupero dello strato di ozono è effettivamente in corso. La più recente valutazione scientifica quadriennale WMO-UNEP disponibile indica, mantenendo le attuali politiche, un ritorno ai valori del 1980 intorno al 2040 per la media globale alle medie latitudini, al 2045 nell’Artico e al 2066 sull’Antartide.

Le differenze tra le diverse regioni dipendono dalla particolare dinamica atmosferica e dalla maggiore persistenza delle sostanze che impoveriscono l’ozono nell’ambiente antartico.

Anche le osservazioni più recenti sono incoraggianti. Nel 2025 il buco dell’ozono antartico è stato relativamente piccolo e di breve durata rispetto a molti degli anni precedenti. La WMO ha sottolineato che il risultato è coerente con la tendenza di lungo periodo verso il recupero. Dall’epoca del picco, intorno al 2000, la quantità di sostanze che impoveriscono l’ozono nella stratosfera antartica è diminuita di circa un terzo rispetto ai livelli precedenti alla formazione del buco dell’ozono.

È tuttavia importante non confondere un singolo anno con una tendenza climatica. Le dimensioni del buco dell’ozono possono variare sensibilmente da una stagione all’altra anche a causa delle condizioni meteorologiche e della dinamica dell’atmosfera.

Il dato più importante è quindi quello di lungo periodo: la riduzione delle sostanze responsabili del problema sta permettendo alla chimica atmosferica di avviarsi verso un ritorno graduale alle condizioni precedenti alla grande diffusione dei CFC.

Ozono e cambiamento climatico sono collegati?

La protezione dello strato di ozono e la lotta al cambiamento climatico non sono due questioni completamente separate. Molte delle sostanze che hanno danneggiato l’ozono sono anche potenti gas a effetto serra. La loro progressiva eliminazione ha quindi prodotto benefici anche sul clima.

Secondo la valutazione scientifica WMO-UNEP, le misure adottate attraverso il Protocollo di Montreal hanno evitato un riscaldamento globale stimato nell’ordine di 0,5-1 °C entro la metà del secolo rispetto a uno scenario nel quale le emissioni di sostanze ozono-lesive fossero continuate a crescere senza controllo.

Un ulteriore passaggio è arrivato nel 2016 con l’Emendamento di Kigali, che prevede la progressiva riduzione degli idrofluorocarburi, gli HFC. Queste sostanze non sono considerate tra le principali responsabili della distruzione dell’ozono, ma molti HFC sono potenti gas serra.

La loro riduzione rappresenta quindi un punto d’incontro tra protezione dell’atmosfera e politica climatica. Secondo le stime scientifiche, la piena attuazione dell’Emendamento di Kigali potrebbe evitare fino a circa 0,3-0,5 °C di riscaldamento entro il 2100.

Perché nel 2026 bisogna continuare a monitorare l’atmosfera?

Il recupero dell’ozono non significa che possiamo abbassare la guardia. Le sostanze chimiche coinvolte possono avere una permanenza atmosferica molto lunga e alcuni problemi non sono ancora completamente risolti. Le valutazioni scientifiche hanno inoltre evidenziato emissioni inattese di alcune sostanze controllate e lacune nei sistemi di monitoraggio atmosferico in alcune aree del mondo.

Anche i cambiamenti climatici possono influenzare la chimica e la dinamica della stratosfera. Tra i fattori che meritano attenzione vi sono le variazioni delle concentrazioni di gas come metano, protossido di azoto e anidride carbonica, oltre agli effetti di grandi incendi, eruzioni vulcaniche e altre modificazioni dell’atmosfera.

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Per questo il monitoraggio satellitare e quello effettuato attraverso le stazioni a terra rimangono fondamentali. Senza osservazioni continuative sarebbe molto più difficile distinguere una normale variabilità atmosferica da un cambiamento strutturale e intervenire rapidamente in caso di nuove anomalie.

La storia dell’ozono dimostra che le soluzioni ambientali possono funzionare

Nel dibattito sulla crisi ambientale si tende spesso a concentrare l’attenzione sui problemi: inquinamento, cambiamento climatico, perdita di biodiversità e consumo delle risorse. La storia dello strato di ozono offre però una prospettiva diversa.

Negli anni Settanta e Ottanta la comunità scientifica individuò un problema, ne studiò le cause e riuscì a comunicarne la gravità. I governi elaborarono una risposta internazionale e l’industria sviluppò alternative alle sostanze più dannose. Il processo non è stato immediato e non è ancora concluso, ma i dati indicano che la direzione è cambiata.

È proprio questo uno degli aspetti più importanti da ricordare il 16 settembre. La tutela ambientale non consiste soltanto nel riconoscere ciò che stiamo perdendo. Significa anche capire quali interventi funzionano e replicarli quando possibile.

Il Protocollo di Montreal dimostra che la politica ambientale può produrre risultati concreti quando è sostenuta dalla scienza, dalla cooperazione internazionale, dal monitoraggio e dalla capacità di modificare tecnologie e sistemi produttivi.

Un cielo che torna lentamente a proteggerci

Lo strato di ozono non tornerà ai livelli precedenti al suo impoverimento da un giorno all’altro. La sua guarigione richiederà ancora decenni e continuerà a essere influenzata dalla complessità della chimica atmosferica e dal cambiamento climatico.

Ma la tendenza osservata rappresenta una delle più importanti evidenze del fatto che un intervento coordinato dell’umanità può modificare positivamente l’evoluzione di una crisi ambientale globale.

Il 16 settembre non è quindi soltanto una giornata dedicata a ricordare il “buco dell’ozono”. È una giornata dedicata alla possibilità di prevenire, correggere e recuperare.

In un Pianeta sottoposto a pressioni ambientali sempre più numerose, questa è forse la lezione più preziosa: la scienza non serve soltanto a dirci quanto è grande un problema. Può anche indicarci la strada per risolverlo.

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