Selfie compulsivo e autostima
Benessere - Psicologia

Selfie compulsivi: dietro c’è una bassa autostima?

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Il bisogno di vedersi, di essere visti e di esistere nello sguardo dell’altro nell’era dell’immagine

Scattarsi un selfie non è, di per sé, un segno di fragilità psicologica. È un gesto culturale, un atto simbolico, una forma di linguaggio attraverso cui l’individuo contemporaneo afferma la propria presenza: “io sono qui, questo sono io, guardami”.

In ogni epoca l’essere umano ha costruito dispositivi per riflettersi e riconoscersi, dallo specchio al ritratto, dal diario intimo al profilo digitale. Il selfie è l’ultima metamorfosi di questo movimento antico, ma si colloca in uno spazio radicalmente nuovo: non più l’intimità privata, bensì la scena pubblica della rete.

Il gesto, quindi, non nasce patologico. Lo diventa quando perde la sua funzione espressiva e assume una funzione regolativa: non serve più a comunicare, ma a colmare. Non racconta più un’identità, ma tenta di costruirla istante dopo istante.

Quando il selfie diventa compulsione

Dal punto di vista clinico, la compulsione emerge quando un comportamento smette di essere scelto e inizia a essere necessario. Il selfie non viene più scattato per piacere, ma per alleviare un disagio interno. Non è più un gesto creativo, ma un gesto riparativo.

In questo senso il selfie funziona come un micro-dispositivo di autoregolazione emotiva. La persona non cerca tanto di mostrarsi, quanto di sentirsi reale. Ogni immagine diventa una piccola ancora ontologica che dice: “io esisto perché qualcuno mi guarda”. È qui che il gesto perde la sua leggerezza simbolica e diventa ripetitivo, urgente, carico di ansia.

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Donald Winnicott parlava della necessità, per il bambino, di essere visto nello sguardo della madre per costruire un senso di sé stabile. Quando questo rispecchiamento originario è fragile, incoerente o condizionato, l’adulto può continuare a cercare fuori ciò che non ha potuto interiorizzare dentro.

Il selfie compulsivo, in questa prospettiva, non è un eccesso di amore per sé, ma un tentativo tardivo di costruire uno specchio che non si è mai stabilizzato.

Autostima o mancanza di specchio interno?

La questione, quindi, non è semplicemente se dietro ci sia “bassa autostima”, ma che tipo di autostima. Più che mancante, è dipendente. Più che assente, è fragile. Non vive come percezione interna stabile, ma come risultato di una continua negoziazione con lo sguardo altrui.

Qui la psicologia incontra l’antropologia. In società tradizionali, l’identità era in larga parte data: dal ruolo, dalla genealogia, dal posto nella comunità. L’individuo sapeva chi era perché qualcuno glielo diceva continuamente. Nelle società contemporanee iperindividualizzate, invece, l’identità non è più assegnata, ma costruita, performata, mantenuta.

Erving Goffman ha descritto la vita sociale come una messa in scena continua. I social network rendono questa scena permanente. Non esiste più il dietro le quinte. Il sé diventa una performance ininterrotta e il selfie ne è l’icona più immediata: una forma di autorappresentazione che chiede legittimazione istantanea.

In questo contesto, l’autostima non nasce dall’essere, ma dall’apparire. Non dall’esperienza interna di valore, ma dal feedback esterno. È un’autostima che non riposa mai, perché dipende da una conferma che non si sedimenta.

Il bisogno non è narcisismo, è relazione

Spesso si etichetta questo fenomeno come narcisismo, ma si tratta di una lettura riduttiva. Il narcisismo, in senso clinico, è un meccanismo che protegge da un deficit innato del sé attraverso una grandiosità maniacale. Il selfie compulsivo, invece, non sempre esprime grandiosità. Esprime anche vulnerabilità.

Chi si fotografa ossessivamente non dice “io sono speciale”, ma chiede silenziosamente “sono abbastanza?”. Non impone uno sguardo, lo implora. Non domina la relazione, la mendica.

Ordine: un’analisi psicologica 

Il filosofo Byung-Chul Han parla di una società della trasparenza e dell’esposizione, in cui l’individuo si consuma nel tentativo di rendersi visibile. In questa società, l’invisibilità non è più una condizione neutra, ma una forma di annullamento. Essere visti diventa una necessità psichica, non solo sociale.

I selfie compulsivi, quindi, non raccontano necessariamente una società narcisista, ma una società affamata di riconoscimento. Non parlano tanto di vanità, quanto di solitudine simbolica. Non indicano un amore eccessivo per sé, ma una difficoltà a sentirsi amabili senza una prova esterna.

Il selfie, allora, è meno uno specchio e più una domanda. Non dice “guardami perché sono bello”, ma “guardami perché ho bisogno di sapere che esisto per qualcuno”.

E in questa domanda, forse, c’è molto meno superficialità di quanto siamo abituati a credere. C’è una richiesta antica, travestita da gesto moderno: la richiesta di essere visti, riconosciuti, tenuti a mente. Non come immagini, ma come esseri senzienti.

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